Prospettive

Analisi, narrazioni e chiavi di lettura per decodificare il dibattito sull'innovazione e il suo impatto sulla società.

La transizione digitale e il capitale intangibile

Industria 4.0 ha funzionato dove le condizioni erano già favorevoli. Industria 5.0 eredita lo stesso problema.

Industria 4.0

Quando la Germania presentò il termine Industrie 4.0 alla fiera di Hannover nel 2011, i documenti fondativi contenevano un'architettura concettuale precisa e, su molti punti, cauta. Il coordinamento tra imprese, istituzioni di ricerca e apparati pubblici era esplicitamente al centro del modello; la tecnologia era condizione necessaria, non sufficiente. Le aspettative più radicali, efficienza senza attriti, crescita continua della produttività, ottimizzazione in tempo reale delle filiere globali, emersero nella ricezione mediatica e nella retorica delle politiche industriali nazionali, non nei testi tecnici.

A quindici anni dalla formulazione, ciò che è entrato in crisi non è la tecnologia sottostante: gli incrementi di produttività a livello di singola impresa sono documentati ovunque le condizioni fossero favorevoli. Ciò che non ha retto è la narrazione, la pretesa di universalità, la linearità del cambiamento che implicava, il modo in cui ha orientato politiche pubbliche e aspettative degli attori industriali.

La narrazione dominante si reggeva su una premessa raramente esplicitata: che il cambiamento tecnologico fosse scalabile indipendentemente dal contesto istituzionale. L'adozione delle tecnologie appropriate avrebbe prodotto guadagni di produttività trasferibili dalla singola impresa al sistema, e dal sistema all'economia aggregata. Le differenze strutturali tra economie, dimensione delle imprese, intensità di R&S privata, architettura delle relazioni industriali, erano trattate come variabili di contorno destinate a perdere rilevanza con l'avanzare della digitalizzazione.

Quindici anni di evidenze comparative mostrano che questa assunzione non regge. Il salto di scala dall'effetto micro all'impatto macro dipende da variabili che nessuna piattaforma digitale governa. Dove queste condizioni erano già consolidate, la tecnologia ha prodotto i risultati attesi. Dove non lo erano, gli incentivi pubblici hanno spesso generato adozione formale senza trasformazione organizzativa: investimenti in macchinari che non hanno modificato processi, modelli di business, né le competenze manageriali necessarie a sfruttarli. Le politiche si sono orientate verso ciò che era più facilmente certificabile, la dotazione tecnologica, piuttosto che verso le condizioni sistemiche che la rendono produttiva.

Il vero motore della trasformazione produttiva non è l'hardware industriale connesso, ma il capitale intangibile che ne consente lo sfruttamento: software, dati strutturati, brevetti, competenze manageriali, e soprattutto la capacità di ridisegnare processi e modelli di business in funzione delle nuove possibilità tecnologiche. È il capitale cognitivo e organizzativo che trasforma un investimento in automazione in valore aggiunto misurabile; in sua assenza, la dotazione tecnologica rimane sottoutilizzata.

Questa priorità era riconoscibile nei testi fondativi, ma è stata sistematicamente compressa nella comunicazione pubblica e negli strumenti di policy. La ragione è strutturale: gli incentivi fiscali all'acquisto di beni strumentali si progettano, erogano e rendicontano con relativa facilità; gli investimenti in formazione manageriale, riorganizzazione dei processi e sviluppo di nuovi modelli di business sono più opachi, più lenti nel produrre effetti misurabili, e richiedono un accompagnamento che i meccanismi tradizionali di politica industriale non sanno fornire. Ne è seguito un disallineamento sistematico tra la leva che il paradigma indicava come decisiva e quella che le politiche hanno effettivamente azionato.

Industria 5.0, definito dalla Commissione Europea nel 2021, si presenta come correzione del paradigma precedente, non come suo aggiornamento. I tre aggettivi che ne strutturano la definizione, human-centric, sustainable, resilient, identificano per contrasto le lacune di Industria 4.0: la riduzione della forza lavoro a variabile da ottimizzare, l'assenza di una prospettiva di sostenibilità sistemica, la fragilità strutturale di un modello costruito sulla massimizzazione dell'output in condizioni normali piuttosto che sulla capacità di resistenza agli shock. La diagnosi è corretta.

A quattro anni dalla pubblicazione, le evidenze empiriche sull'implementazione operativa nelle imprese sono ancora scarse. Il rischio che il paradigma segua la traiettoria del predecessore, una narrazione internamente coerente che si scontra con la difficoltà strutturale di tradursi in cambiamento diffuso, è già riconoscibile. Modificare il vocabolario non modifica l'ecosistema che dovrebbe accoglierlo. La servitization richiede non solo nuove competenze tecniche ma una discontinuità organizzativa e culturale che gli strumenti di policy tradizionali faticano ad accompagnare. Incentivi fiscali al capitale intangibile, per quanto orientati nella direzione giusta, rimangono insufficienti in assenza di reti di supporto territoriale e di accompagnamento manageriale strutturato. Se il problema è l'ecosistema istituzionale e non la tecnologia, la transizione da 4.0 a 5.0 produce poco se quell'ecosistema rimane immutato. Un paradigma formulato per un tessuto economico ideale, imprese di scala adeguata, capitale umano qualificato, relazioni industriali mature, continua a produrre risultati selettivi in contesti che si discostano da quell'ideale, indipendentemente dalla sofisticazione concettuale con cui è costruito.

La sfida non è stimolare ulteriormente l'eccellenza isolata, che esiste ed è documentata, ma costruire le condizioni per la sua diffusione sistemica. Questo richiede un cambio di leva nelle politiche: formazione certificata, credito d'imposta per R&S in tecnologie digitali, rafforzamento del capitale intangibile nelle sue componenti meno visibili.

Sul piano infrastrutturale, la strada più praticabile in contesti ad alta frammentazione dimensionale passa attraverso la digitalizzazione delle filiere piuttosto che della singola impresa. Una supply chain integrata, guidata da imprese capofila capaci di orchestrare i fornitori attraverso piattaforme condivise, consente anche alle imprese minori di accedere ai benefici della trasformazione digitale senza investimenti autonomi che eccedono le loro capacità. Spazi dati condivisi per le filiere e centri di trasferimento tecnologico capillari sono infrastrutture di ecosistema, non sussidi: agiscono sulle condizioni strutturali.

Industria 5.0 dispone degli ingredienti concettuali per orientare questo tipo di intervento. Potrà farlo efficacemente solo se sarà più esplicito di quanto non lo fosse il predecessore nel distinguere tra la descrizione del paradigma e le condizioni della sua realizzazione, e nel costruire strumenti di policy calibrati su queste ultime.

Per tradurre in realtà i principi di Industria 5.0, le future politiche industriali dovranno operare un ribaltamento dei principi di intervento, spostandosi dalla sovvenzione dell'offerta tecnologica alla costruzione di ecosistemi cooperativi e alla mitigazione del rischio strategico. Primo: istituzionalizzare e "finanziarizzare" il capitale intangibile, modificando i paradigmi contabili per rendere la riorganizzazione dei processi un asset patrimoniale ammortizzabile al pari dei beni fisici. Secondo: il deficit di competenze e dimensioni delle PMI non va compensato solo subordinandole alle grandi imprese capofila, ma abilitando logiche di "mutualismo industriale", condivisione orizzontale di leadership manageriali e consorzi fiduciari indipendenti per la messa a fattor comune dei dati di distretto, così da garantire alle piccole imprese economie di scala cognitive senza sacrificarne l'indipendenza. Terzo: l'intervento pubblico deve evolversi da erogatore di incentivi fiscali a garante del rischio di transizione, fornendo coperture di liquidità per assorbire lo shock finanziario del passaggio alla servitization. Quarto: la leva statale deve invertire il suo vettore agendo sul lato della domanda, sostituendo i sussidi a pioggia per i macchinari con appalti pubblici dell'innovazione in cui lo Stato agisce da primo cliente strategico, premiando con grandi commesse le reti di imprese capaci di riorganizzarsi per risolvere sfide di sostenibilità e resilienza, e trainando così il cambiamento culturale invece di limitarsi a certificarlo.

Raffaele Maurici
Innovation Agency