Il conflitto invisibile. Guerra cognitiva, intelligenza artificiale e democrazia
La guerra cognitiva agisce sui processi attraverso cui gli esseri umani costruiscono la realtà. Il bersaglio è la mente, e l'intelligenza artificiale ha appena abbattuto i costi e le barriere per raggiungerla.
Presidente, Innovation Agency

Il concetto di guerra cognitiva può essere inteso come una forma di conflitto che prende di mira i processi mentali, le rappresentazioni simboliche e i meccanismi decisionali degli avversari attraverso strumenti tecnologici, informativi e psicologici.
Le categorie con cui le scienze politiche e le dottrine militari hanno tradizionalmente classificato i conflitti, guerra convenzionale, guerra asimmetrica, guerra ibrida, si sono rivelate progressivamente inadeguate a descrivere una classe di operazioni che agisce al di sotto della soglia del conflitto aperto, senza impiego di forza fisica diretta, eppure con effetti strategici misurabili. Elezioni alterate, istituzioni delegittimate, opinioni pubbliche polarizzate, decisori paralizzati dall'incertezza: questi esiti non sono il prodotto del caso, ma di azioni deliberate e coordinate che prendono di mira non i corpi né le infrastrutture fisiche, ma le menti.
Il termine "guerra cognitiva" è entrato nel lessico strategico e accademico in modo disorganico, spesso sovrapposto a concetti pre-esistenti come la propaganda, le operazioni psicologiche o la disinformazione. Questa confusione terminologica impedisce la costruzione di strumenti di rilevazione adeguati, ostacola la formulazione di contromisure efficaci e rende più difficile il dibattito normativo sul piano del diritto internazionale. Prima di poter difendersi da un fenomeno, occorre saperlo nominare con precisione.
Qualsiasi definizione di guerra cognitiva che non specifichi cosa si intende per "cognizione" rischia di essere circolare. È necessario dunque partire da una base concettuale esplicita.
Nelle scienze cognitive, la cognizione designa l'insieme dei processi attraverso i quali un agente, individuale o collettivo, acquisisce, elabora, immagazzina, recupera e utilizza informazioni per orientare il proprio comportamento nel mondo. Questo insieme comprende almeno cinque componenti distinte: la percezione (come gli stimoli vengono selezionati e interpretati), l'attenzione (quali stimoli ricevono risorse cognitive privilegiate), la memoria (come le esperienze passate strutturano l'interpretazione del presente), il ragionamento (come si inferiscono conclusioni a partire da premesse), e la decisione (come si traduce una valutazione in azione). Accanto a questi processi individuali, la psicologia sociale e le scienze dell'organizzazione hanno documentato l'esistenza di processi cognitivi collettivi: credenze condivise, narrative culturali, euristiche di gruppo, strutture di fiducia istituzionale. Questi processi non sono la semplice somma delle cognizioni individuali: emergono dall'interazione sociale, sono incorporati in istituzioni e pratiche, e possiedono una stabilità e un'inerzia proprie.
La guerra cognitiva è l'insieme di azioni deliberate volte a interferire con uno o più di questi processi, individuali o collettivi, in modo tale da alterare le percezioni, le credenze, le intenzioni o le decisioni di un avversario, senza ricorrere alla coercizione fisica diretta e, di norma, senza che il bersaglio sia consapevole dell'interferenza. Come sottolineato da Bernal et al. (2020) nel quadro del dibattito NATO, la guerra cognitiva costituisce fondamentalmente un attacco alla capacità stessa dell'avversario di elaborare la realtà in modo autonomo, colpendo il substrato epistemico su cui si fondano le decisioni. La definizione impone innanzitutto la deliberatezza: si escludono dalla categoria gli effetti cognitivi accidentali prodotti da azioni che perseguono obiettivi di altra natura. Un attacco cibernetico che causa panico nella popolazione come effetto collaterale non è guerra cognitiva, anche se produce effetti cognitivi; lo diventa se il panico è l'obiettivo primario o un obiettivo strumentale esplicitamente pianificato. A ciò si associa l'assenza di coercizione fisica diretta, condizione che distingue la guerra cognitiva dalla guerra convenzionale, ma anche dalla tortura e dall'interrogatorio coercitivo, che pure agiscono sulla mente attraverso il corpo. Completa il quadro la mancanza di consapevolezza del bersaglio, elemento che distingue la guerra cognitiva dalla propaganda classica e dalla persuasione legittima. Quando un governo comunica apertamente la propria posizione su un tema controverso, esercita influenza; quando costruisce narrazioni false attribuendole a fonti autonome, conduce guerra cognitiva. La distinzione non è sempre netta e presenta una zona grigia, ma costituisce comunque un discriminante concettuale fondamentale.
Un concetto analitico utile, oltre a includere correttamente i casi pertinenti, deve anche escludere esplicitamente i casi non pertinenti. La letteratura sulla guerra cognitiva ha spesso trascurato questa seconda esigenza, producendo definizioni tanto ampie da includere qualsiasi forma di comunicazione strategica.
Il riconoscimento di un'operazione di guerra cognitiva richiede il concorso di una serie di condizioni cumulative, integrate da parametri di esclusione che ne delimitano il perimetro.
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I criteri inclusivi sono:
- intenzionalità dell'effetto cognitivo, ossia il fatto che l'alterazione dei processi mentali del bersaglio sia un obiettivo pianificato e non un effetto collaterale;
- occultamento della fonte o della natura dell'operazione, ovvero l'impiego di tecniche che impediscono al bersaglio di identificare l'attore o la natura dell'interferenza;
- sfruttamento di vulnerabilità cognitive, cioè l'utilizzo deliberato di bias, euristiche, emozioni o lacune informative del bersaglio;
- orientamento strategico, vale a dire l'inserimento dell'operazione in una strategia più ampia che mira a modificare comportamenti, decisioni o assetti di potere.
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I criteri esclusivi sono:
- la persuasione trasparente, che include la pubblicità, la retorica politica e la diplomazia pubblica, anche quando sono sofisticate e calcolate, purché la fonte sia identificabile e il bersaglio possa esercitare un giudizio critico consapevole;
- la coercizione fisica, che pur potendo produrre effetti cognitivi agisce attraverso la minaccia o l'applicazione di forza e rientra in categorie normative distinte;
- gli effetti cognitivi accidentali;
- la guerra dell'informazione in senso stretto, quando si limita alla protezione o al sabotaggio di flussi informativi tattici senza perseguire alterazioni cognitive nel senso definito sopra. Du Cluzel (2020) ha sintetizzato questa distinzione con efficacia: mentre la guerra dell'informazione agisce sul dato, la guerra cognitiva agisce sul processo attraverso cui il dato diventa conoscenza, una differenza che non è di grado ma di natura.
Questi criteri consentono di tracciare confini abbastanza precisi da essere operazionalizzabili, ovvero da guidare giudizi empirici su casi specifici, senza essere così rigidi da escludere arbitrariamente fenomeni che condividono la stessa logica fondamentale. Non si tratta di criteri binari ma di dimensioni su cui un'operazione può essere collocata con diversa intensità: un'azione che soddisfa tutti e quattro i criteri inclusivi con alta intensità è paradigmaticamente guerra cognitiva; un'azione che ne soddisfa solo uno o due si colloca in zona grigia e richiede analisi contestuale.
Un problema metodologico che attraversa l'intera trattazione riguarda la conoscibilità del fenomeno. Le operazioni cognitive di successo sono per definizione quelle che non vengono riconosciute come tali dai loro bersagli. L'attribuzione di un'operazione a un attore specifico è difficile anche per i servizi di intelligence con accesso privilegiato alle fonti, ed è quasi impossibile per i ricercatori accademici che dipendono da fonti aperte. I casi meglio documentati, le campagne di interferenza russa nelle elezioni americane del 2016, le operazioni di disinformazione legate alla pandemia di Covid-19, le campagne del gruppo Wagner in Africa, sono stati ricostruiti ex post, spesso anni dopo i fatti, attraverso la combinazione di inchieste giornalistiche, indagini parlamentari e analisi forensi digitali. Questo ritardo conoscitivo è una vulnerabilità strutturale: le contromisure arrivano quando gli effetti si sono già in parte consolidati. Le affermazioni sulla guerra cognitiva, specialmente quelle relative all'attribuzione, devono essere proporzionate alle evidenze disponibili, distinguere tra certezze, ipotesi plausibili e speculazioni, e resistere alla tentazione di attribuire alla manipolazione esterna fenomeni che potrebbero avere cause interne. Le divisioni politiche e sociali che la guerra cognitiva sfrutta non sono generalmente create da essa: preesistono come vulnerabilità reali che le operazioni cognitive amplificano e strumentalizzano.
Una delle caratteristiche più distintive della guerra cognitiva rispetto ai conflitti tradizionali è la radicale asimmetria tra i costi di conduzione e i potenziali effetti strategici. Nella guerra convenzionale, la capacità offensiva è grosso modo proporzionale alle risorse investite: eserciti, armamenti, logistica richiedono investimenti enormi. Nella guerra cognitiva, questa proporzionalità si rompe. Un piccolo gruppo dotato di competenze tecniche e psicologiche adeguate può condurre operazioni con effetti sproporzionati rispetto ai mezzi impiegati.
In questa asimmetria gli attori non vanno considerati equivalenti.
È utile distinguere almeno diversi livelli: gli attori statali, che dispongono di risorse, intelligence e capacità di coordinamento su larga scala e a lungo termine; gli attori para-statali, come gruppi mercenari o organizzazioni politiche con legami informali con governi, che godono di sufficiente autonomia operativa da rendere difficile l'attribuzione; e gli attori non statali, che vanno da organizzazioni terroristiche a movimenti politici, fino a individui isolati. Questi ultimi raramente riescono a produrre effetti strategici durevoli in modo autonomo, ma possono essere strumentalmente ingaggiati o inconsapevolmente amplificati da attori più potenti. La distinzione tra attori primari e relais, individui o gruppi che diffondono contenuti cognitivamente manipolati senza consapevolezza del proprio ruolo, è fondamentale per comprendere la struttura reticolare delle campagne cognitive moderne.
Il bersaglio della guerra cognitiva si estende, in ultima analisi, oltre la singola persona o un gruppo specifico: è una struttura di credenze, una disposizione decisionale, un assetto di fiducia. Questa distinzione è più che retorica. Implica che la guerra cognitiva può colpire il proprio obiettivo strategico anche attraverso bersagli intermedi che non erano il target primario dell'operazione.
Le popolazioni generali costituiscono il bersaglio più diffuso: il loro orientamento su questioni politiche, identitarie o sociali si presta a essere modificato gradualmente attraverso l'esposizione prolungata a narrazioni costruite ad arte. I gruppi organizzati, come istituzioni, forze armate, imprese, comunità professionali, sono invece vulnerabili a un tipo di attacco diverso, che mira alla coesione interna e alla capacità operativa attraverso la manipolazione delle dinamiche fiduciarie. Il bersaglio più selettivo, e tendenzialmente il più efficiente in termini di effetto per risorsa impiegata, è l'individuo chiave: il decisore politico, militare, tecnico o culturale la cui percezione alterata della realtà si traduce direttamente in scelte con effetti moltiplicati. Colpirlo è più costoso, ma il rendimento è proporzionalmente superiore.
I vettori attraverso cui si conduce la guerra cognitiva sono molteplici e in rapida evoluzione. I social network rappresentano oggi il vettore privilegiato per le operazioni su larga scala, non perché siano l'unico canale disponibile, ma perché combinano tre proprietà rare: ubiquità, velocità di propagazione e capacità di micro-targeting. La loro architettura algoritmica, progettata per massimizzare l'engagement, tende strutturalmente a privilegiare contenuti emotivamente intensi, polarizzanti e semplificatori, esattamente le caratteristiche che rendono un messaggio efficace come arma cognitiva. In questo senso, le piattaforme digitali non sono semplicemente strumenti neutri usati dalla guerra cognitiva: sono ambienti che ne abbassano il costo e ne amplificano gli effetti anche in assenza di intenzione esplicita da parte dei loro progettisti. Backes e Swab (2019), analizzando le operazioni russe negli stati baltici, hanno mostrato come le campagne cognitive più efficaci non costruiscano narrazioni artificiali ex nihilo, ma si innestino su fratture identitarie, economiche e storiche reali, amplificandole selettivamente per massimizzarne l'effetto destabilizzante.
I vettori interpersonali, infiltrazione di reti relazionali, manipolazione di figure di riferimento locale, contatto diretto con individui chiave, sono più costosi ma producono effetti più stabili e resistenti alla smentita, perché sfruttano la fiducia preesistente come amplificatore.
I vettori fisici e biologici, sostanze chimiche che alterano la chimica cerebrale, dispositivi che interferiscono con il funzionamento neuronale, rimangono per ora ai margini delle operazioni documentate, ma rappresentano una frontiera tecnologica verso cui la ricerca militare di diversi paesi si sta orientando, con implicazioni etiche e giuridiche di ordine superiore rispetto agli strumenti informativi. Jin, Hou e Wang (2018) hanno documentato come la Military Brain Science cinese stia sistematicamente esplorando tecnologie di monitoraggio, protezione e alterazione delle funzioni cerebrali, con applicazioni che spaziano dal potenziamento cognitivo dei soldati alla possibile interferenza con le capacità decisionali degli avversari.
L'intelligenza artificiale ha trasformato la struttura economica della guerra cognitiva in modo qualitativo. Le capacità che ha reso accessibili non sono semplicemente più veloci o più economiche: sono diverse per natura.
La più immediata è la generazione di contenuti sintetici ad alta credibilità. I modelli linguistici di grandi dimensioni consentono la produzione automatizzata di testi, immagini, audio e video indistinguibili dai contenuti autentici per il giudizio umano non addestrato. Quello che richiedeva team di redattori, traduttori e grafici può oggi essere condotto con un investimento di risorse umane minimo, abbassando radicalmente la soglia di accesso alla guerra cognitiva e estendendone le capacità offensive a un numero molto più ampio di attori.
Più sofisticata, e per certi versi più insidiosa, è la capacità di micro-targeting psicografico. I modelli predittivi addestrati su grandi dataset comportamentali consentono di identificare con precisione crescente le vulnerabilità cognitive di individui o segmenti di popolazione, adattando i messaggi ai profili psicologici dei destinatari. La ricerca sulla psicologia della persuasione indica che messaggi calibrati sul profilo di personalità del destinatario possono essere dal 30 al 40% più efficaci di messaggi generici, un vantaggio che, a scala, diventa strutturale.
Ancora più destabilizzante sul piano operativo è l'accelerazione dei cicli di retroazione. I sistemi di intelligenza artificiale possono monitorare in tempo reale la risposta del pubblico ai messaggi diffusi e ottimizzare iterativamente i contenuti successivi sulla base dei dati di feedback, rendendo la campagna capace di reagire quasi istantaneamente alle contromisure avversarie.
Va però evitato un errore simmetrico opposto: sopravvalutare l'efficacia dell'IA come strumento di guerra cognitiva. I sistemi generativi attuali producono contenuti plausibili, non necessariamente persuasivi nel lungo periodo. La persuasione duratura richiede coerenza narrativa, radicamento in esperienze vissute e credibilità della fonte, dimensioni che la generazione automatizzata di contenuti non garantisce automaticamente. L'IA è un moltiplicatore di forza, non un sostituto della strategia. La guerra cognitiva solleva interrogativi etici e giuridici che attraversano l'intera architettura concettuale del fenomeno. Il più fondamentale è la distinzione tra influenza legittima e manipolazione illecita. In democrazia, la persuasione è non solo consentita ma costitutiva del processo politico: il problema non è che qualcuno cerchi di convincere qualcun altro, ma come e con quali mezzi. Una comunicazione politica sofisticata si distingue dalla guerra cognitiva per almeno tre caratteristiche che tendono a convergere: dice il vero, o almeno non costruisce deliberatamente il falso; non occulta sistematicamente la propria fonte; e non sfrutta le vulnerabilità cognitive del destinatario in modo da precludergli qualsiasi possibilità di difesa. Quest'ultimo criterio richiama la distinzione proposta da Loewenstein e Chater (2017) a proposito dei nudge: anche gli strumenti di influenza progettati con intenzioni benigne sollevano interrogativi etici non banali quando operano sotto la soglia della consapevolezza del destinatario. Il criterio morale decisivo, in questa prospettiva, non è l'effetto prodotto ma la relazione epistemica che si instaura tra chi influenza e chi viene influenzato.
Sul piano del diritto internazionale, il problema è speculare: non mancano i principi, ma mancano le soglie. Le operazioni di guerra cognitiva raramente raggiungono il livello di "uso della forza" previsto dall'articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite, né configurano facilmente un "attacco armato" ai sensi dell'articolo 51, che giustificherebbe la legittima difesa. Questo vuoto non è accidentale: è intenzionalmente sfruttato dagli attori che conducono operazioni cognitive, i quali si muovono in uno spazio in cui gli strumenti di risposta giuridica restano limitati. Come estendere le norme del diritto internazionale umanitario a questo dominio è una delle questioni aperte più urgenti del diritto pubblico internazionale contemporaneo, e il dibattito accademico e diplomatico è ancora lontano da soluzioni condivise.
C'è infine un rischio interno alla stessa categoria analitica. Un governo che definisce qualsiasi critica interna come "guerra cognitiva nemica" dispone di uno strumento retorico potente per delegittimare il dissenso, e la storia del Novecento offre abbondanti esempi di come i concetti di sicurezza nazionale siano stati strumentalizzati per reprimere opposizioni legittime. Qualsiasi framework sulla guerra cognitiva deve quindi incorporare esplicitamente la distinzione tra critica politica, anche radicale, e operazioni manipolative sistematiche finanziate e coordinate da attori stranieri: senza questa salvaguardia, l'analisi rischia di diventare essa stessa uno strumento del fenomeno che pretende di descrivere.
La letteratura sulle contromisure alla guerra cognitiva è ancora frammentata e prevalentemente reattiva. La maggior parte degli interventi proposti, fact-checking, moderazione dei contenuti, educazione mediatica, agisce a valle dell'operazione, cercando di limitarne gli effetti dopo che si sono già prodotti. Un approccio più maturo richiede di strutturare le contromisure lungo tre dimensioni temporali: prevenzione, rilevazione precoce e risposta.
La prevenzione agisce sulle vulnerabilità strutturali che rendono possibile la guerra cognitiva. Essa comprende il rafforzamento della resilienza cognitiva individuale e collettiva attraverso l'educazione al pensiero critico, la promozione di ecosistemi informativi diversificati che riducano la dipendenza da singole piattaforme o fonti, e la regolazione delle architetture algoritmiche che amplificano strutturalmente i contenuti polarizzanti. Quest'ultimo punto è particolarmente importante perché agisce sulle condizioni ambientali del conflitto, non solo sui suoi episodi specifici.
La rilevazione precoce richiede lo sviluppo di sistemi di intelligence cognitiva capaci di identificare le operazioni in corso prima che producano effetti irreversibili. Questo implica il monitoraggio sistematico dei pattern di diffusione dell'informazione, l'analisi delle anomalie nei comportamenti comunicativi online, e la costruzione di modelli predittivi sulle vulnerabilità cognitive di specifici segmenti di popolazione in specifici momenti politici. È qui che la collaborazione tra scienze cognitive, informatica e scienze politiche diventa indispensabile.
La risposta, infine, deve essere calibrata alla natura e alla fase dell'operazione. In alcuni casi la risposta ottimale è la smentita diretta e rapida; in altri, la smentita può paradossalmente amplificare la diffusione del messaggio originale attraverso il cosiddetto "effetto backfire". La ricerca psicologica suggerisce che le smentite sono più efficaci quando anticipano il messaggio falso piuttosto che replicare ad esso, e quando si inseriscono in una narrazione alternativa coerente piuttosto che limitarsi a negare quella avversaria. Qesta asimmetria narrativa è una delle principali vulnerabilità delle democrazie liberali: i loro avversari pianificano campagne cognitive su orizzonti temporali di anni o decenni, mentre le istituzioni democratiche tendono a reagire episodio per episodio, senza una strategia narrativa di lungo periodo. Questo ha implicazioni importanti per la comunicazione strategica delle istituzioni: la risposta alla guerra cognitiva richiede una narrativa, non solo una rettifica.
La ricerca sul fenomeno ha ancora molto terreno da percorrere. Sul piano tecnico, la sfida più immediata è lo sviluppo di metodologie di rilevazione precoce che sappiano combinare l'analisi computazionale dei flussi informativi con modelli psicologici delle vulnerabilità cognitive, due ambiti che oggi dialogano ancora poco. Sul piano normativo, resta aperta la costruzione di un quadro internazionale capace di estendere le garanzie del diritto esistente al dominio cognitivo senza sacrificare le libertà fondamentali di espressione e di critica politica, un equilibrio che nessun sistema giuridico ha ancora trovato in modo soddisfacente. Sul piano empirico, manca ancora una ricerca sistematica sull'efficacia delle contromisure: quanto resiste chi è stato formato a riconoscere la manipolazione, e in quali condizioni l'educazione cognitiva produce resilienza collettiva invece di semplice scetticismo difensivo, sono domande a cui la letteratura esistente risponde solo in modo frammentario.
La posta in gioco non è solo militare o geopolitica. Una società in cui la distinzione tra percezione autentica e percezione manipolata diventa sistematicamente opaca è una società in cui i fondamenti epistemici della democrazia, la capacità dei cittadini di formarsi opinioni autonome e di esercitare un giudizio politico informato, vengono erosi dall'interno. Difendersi dalla guerra cognitiva significa, in ultima analisi, difendere le condizioni di possibilità del pensiero libero.
Riferimenti
Bernal, A., Carter, C., Singh, I., Cao, K., & Madreperla, O. (2020). Cognitive warfare: An attack on truth and thought. NATO & Johns Hopkins University.
Du Cluzel, F. (2020). Cognitive warfare. NATO ACT Innovation Hub.
Backes, O., & Swab, A. (2019). Cognitive warfare: The Russian threat to election integrity in the Baltic states. Belfer Center for Science and International Affairs, Harvard Kennedy School
Jin, H., Hou, L.-J., & Wang, Z.-G. (2018). Military brain science: How to influence future wars. Chinese Journal of Traumatology, 21(5), 277–280.
Loewenstein, G., & Chater, N. (2017). Putting nudges in perspective. Behavioural Public Policy, 1(1), 26–53