Cognitive Warfare di Adam Henschke
Henschke, A. (2025). Cognitive warfare: Grey matters in contemporary political conflict. Routledge.
Con questo volume, Adam Henschke, filosofo dell'Università di Twente e specialista di etica della sicurezza nazionale e della sorveglianza, colma un vuoto significativo nella letteratura accademica. Come sottolinea Jessica Wolfendale della Case Western Reserve University, si tratta della prima monografia dedicata in modo sistematico all'uso statale della disinformazione e della manipolazione informativa per colpire le credenze e gli atteggiamenti dei cittadini stranieri attraverso piattaforme come i social media. Il titolo è già programmatico: grey matters è un doppio gioco di parole, che richiama la materia grigia del cervello, bersaglio della guerra cognitiva, e la natura intrinsecamente ambigua, grigia appunto, delle operazioni di informazione in tempo di conflitto politico.

Il punto di partenza teorico del libro è la definizione stessa di guerra cognitiva, intesa come l'uso sistematico e deliberato dell'informazione da parte di attori politici per colpire le istituzioni politiche e sociali di un avversario, di sé stessi o di un alleato, con l'obiettivo di degradarle, distruggerle, o al contrario sostenerle e difenderle. Questa definizione volutamente ampia consente a Henschke di includere nella sua analisi sia le campagne di disinformazione russe contro l'Ucraina, sia le comunicazioni diplomatiche di Zelensky rivolte all'opinione pubblica internazionale. Entrambe, sostiene l'autore, rientrano nella guerra cognitiva, e proprio questa equivalenza formale è il problema filosofico che il libro si propone di sciogliere.
La guerra cognitiva, osserva Henschke, è una costante storica: la propaganda, le operazioni psicologiche, le campagne di influenza hanno accompagnato ogni conflitto politico. Ciò che è cambiato è la scala, la velocità e la capillarità con cui le tecnologie digitali, come l'intelligenza artificiale, i social media e i deepfake, permettono di produrre e distribuire contenuti manipolatori, raggiungendo popolazioni civili in tempo reale e su scala globale. Il contesto contemporaneo rende dunque urgente quello che finora era rimasto un interrogativo secondario: è possibile, ed è giusto, che le democrazie liberali ricorrano deliberatamente alla guerra cognitiva?
Il capitolo 9, Foundational Moral and Political Values, costituisce il nucleo filosofico dell'opera e merita un'analisi approfondita. Henschke individua due valori fondamentali capaci di orientare un giudizio etico sulla guerra cognitiva: la dignità umana e l'autonomia politica. Entrambi i valori sono costitutivi dell'identità delle democrazie liberali e, dunque, particolarmente adatti a valutare le contraddizioni interne a questi sistemi quando ricorrono alla guerra cognitiva.
La trattazione della dignità umana si fonda sull'etica kantiana, in particolare sul celebre imperativo categorico e sulla formulazione dell'umanità come fine e mai solo come mezzo. Henschke declina questo principio in quattro dimensioni applicabili alla guerra cognitiva.
Tutto ruota attorno al trattamento delle persone come agenti razionali. La disinformazione, intesa come fornitura di informazioni false, incomplete o deliberatamente fuorvianti, nega alle persone le risorse cognitive necessarie per esercitare la loro razionalità. Chi viene ingannato viene privato della capacità di formarsi giudizi autonomi, e dunque trattato come uno strumento.
A questo si aggiunge il divieto di usare le persone come meri mezzi. La guerra cognitiva, nella sua forma più aggressiva, si serve dei cittadini, delle loro credenze, delle loro emozioni e delle loro vulnerabilità psicologiche, come leve per raggiungere obiettivi politici altrui. Questa è la forma più radicale di strumentalizzazione, incompatibile con il rispetto della dignità.
Altrettanto cruciale è la dimensione della motivazione. La correttezza morale di un'operazione informativa risiede nel principio che la guida, non negli effetti che produce. Un'azione di guerra cognitiva motivata esclusivamente dall'interesse proprio, anche se veicola informazioni vere, manca di questa correttezza.
Si consideri infine la universalizzabilità: Henschke adatta l'imperativo categorico alla guerra cognitiva chiedendo cosa accadrebbe se tutti i soggetti politici la praticassero sistematicamente. La risposta è inquietante: si produrrebbe un collasso generalizzato della fiducia nelle istituzioni, nella comunicazione pubblica, nella stessa idea di verità condivisa. Il celebre esempio della propaganda britannica nella Prima guerra mondiale è qui particolarmente calzante. Il successo di quella campagna denigratoria contro i tedeschi rese più difficile, vent'anni dopo, convincere l'opinione pubblica della reale portata delle atrocità naziste. Chi mente strategicamente oggi rende la verità meno credibile domani.
Va riconosciuta la lucidità con cui Henschke evita di fare di Kant una camicia di forza. L'imperativo "non usare mai le persone come meri mezzi" non impedisce di usarle in alcun modo, ma esige che vengano sempre trattate allo stesso tempo come fini. Questo consente all'autore di aprire uno spazio per una guerra cognitiva eticamente giustificabile: quella che fornisce informazioni vere, riconosce la razionalità del destinatario, e mira a sostenerne le capacità decisionali piuttosto che a sabotarle.
Il secondo valore, l'autonomia politica, è trattato come qualcosa di intrinsecamente collettivo: la capacità di un popolo di essere autore delle proprie decisioni politiche, in cui l'autonomia individuale si inscrive senza esaurirla. Henschke si appoggia qui alla distinzione di Charles Beitz tra autonomia politica interna, che riguarda il rapporto tra Stato e cittadini, ed esterna, che esprime il principio di non interferenza negli affari altrui.
La connessione con la guerra cognitiva è diretta: le operazioni informative che degradano il rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni, seminando dubbi sulla legittimità elettorale, polarizzando artificialmente il dibattito pubblico e alimentando sfiducia nei media, attaccano precisamente i meccanismi attraverso cui si esercita l'autonomia politica. Il contratto sociale democratico, ricorda Henschke, si regge sull'assunzione che i cittadini dispongano di informazioni accurate su ciò che fanno i loro rappresentanti: privare le persone di questa condizione equivale a svuotare la democrazia dall'interno.
Uno degli strumenti analitici più originali del libro è l'adattamento alla guerra cognitiva della tripartizione propaganda bianca/grigia/nera proposta da Jowett e O'Donnell. La guerra cognitiva nera usa fonti false e contenuti deliberatamente inaccurati per ingannare; quella grigia presenta fonti incerte e contenuti di dubbia accuratezza; quella bianca dichiara apertamente le proprie fonti e veicola informazioni vere.
La forza di questo schema è che fornisce una griglia operativa derivata direttamente dai valori etici: la guerra cognitiva nera viola sistematicamente la dignità umana, mentendo, sfruttando e manipolando, e l'autonomia politica, falsificando le condizioni del giudizio collettivo. Quella bianca, al contrario, può essere lecita e talvolta obbligatoria, come nel caso delle campagne volte a proteggere le istituzioni democratiche da attacchi disinformativi. Quella grigia rimane, per definizione, il terreno più problematico: Henschke distingue utilmente tra "grigio chiaro", in cui le informazioni sono vere ma la fonte è oscurata per ragioni pragmatiche, e "grigio scuro", in cui le informazioni sono inaffidabili e la fonte è oscurata, suggerendo una presunzione contro quest'ultimo.
Applicando i due valori fondamentali a scenari concreti, Henschke costruisce una graduazione normativa tra tre tipi di guerra cognitiva. La guerra cognitiva difensiva, ovvero la risposta a un attacco in corso contro le proprie istituzioni, è giustificabile e potenzialmente obbligatoria, in quanto lo Stato ha il dovere di proteggere la sicurezza cognitiva dei propri cittadini. La guerra cognitiva protettiva, rivolta a difendere le istituzioni di terzi, è ammissibile con condizioni più stringenti, legate alla capacità effettiva di agire con competenza e cautela, e alla natura bianca o grigio-chiara dell'intervento. La guerra cognitiva aggressiva, cioè le operazioni offensive contro avversari, è la più difficile da giustificare e richiede soglie molto elevate: violazioni significative e sistematiche dei valori fondamentali da parte del bersaglio, alta competenza operativa, effetti prevedibili e circoscritti.
Particolarmente suggestiva è l'introduzione del concetto di dirty hands, le "mani sporche", per i casi estremi in cui anche operazioni di propaganda nera o grigio-scura potrebbero essere giustificate in via eccezionale. Henschke non nasconde il costo morale di queste eccezioni: chi le autorizza deve riconoscere il "residuo morale" dell'azione, ovvero l'obbligo di rimediare, compensare e rafforzare altrimenti i valori violati. Il framework non è consequenzialista puro, dal momento che la positività dell'esito finale non basta a giustificare l'azione, ma riconosce che alcune scelte, anche necessarie, lasciano una traccia etica che non può essere ignorata.
Il pregio principale del libro è la sua ambizione sistematica: Henschke costruisce un framework normativo coerente e applicabile. L'ancoraggio alla tradizione kantiana è solido senza essere rigido, e l'autore dimostra consapevolezza dei limiti del deontologismo puro, aprendo ai contributi consequenzialisti e alla virtue ethics istituzionale.
Altrettanto pregevole è l'onestà intellettuale con cui viene affrontata la questione dell'incoerenza delle democrazie liberali: Henschke sottopone le democrazie occidentali allo stesso scrutinio morale riservato ai loro avversari. Le campagne di informazione condotte dagli Stati Uniti durante la Guerra Fredda, le operazioni dell'FBI contro Martin Luther King, le derive della propaganda di guerra britannica: nulla viene escluso dall'analisi critica. Questa simmetria metodologica è rara nella letteratura di sicurezza e merita di essere sottolineata.
Il libro presenta anche alcuni aspetti irrisolti che vale la pena segnalare. Il framework valoriale, fondato su dignità umana e autonomia politica, è presentato come sufficientemente condiviso tra le democrazie liberali da fungere da base normativa comune. Ma questa assunzione è oggi più fragile che in passato: in molti contesti democratici quei valori sono essi stessi oggetto di contestazione politica. Come applicare il framework quando le istituzioni democratiche sono attraversate da forze che ne negano i presupposti dall'interno?
Rimane poi aperta la questione, che lo stesso Henschke riconosce, del passaggio dai valori ai principi operativi. Il libro si limita a fornire la bussola etica, da cui andrebbero derivate regole concrete per chi pianifica operazioni di influenza.
Cognitive Warfare è un libro significativo, certamente necessario. In un momento in cui le democrazie liberali sono chiamate a rispondere alla guerra dell'informazione con strumenti che rischiano di assomigliarle pericolosamente, Henschke offre qualcosa di raro: un quadro etico rigoroso che impone alle democrazie di misurarsi con le proprie contraddizioni. Il messaggio di fondo è chiaro: le democrazie possono e talvolta devono combattere la guerra cognitiva, ma a costi etici che non possono essere ignorati senza tradire sé stesse. È un messaggio di cui il dibattito pubblico ha urgente bisogno.
Presidente, Innovation Agency